26/05/2022
Carcinoma ovarico: l’evoluzione nella gestione clinica al centro del convegno Sichig

Il carcinoma ovarico, i progressi nella diagnosi e cura, la personalizzazione dei trattamenti, sono stati alcuni dei temi affrontati e discussi nel corso del convegno “Gestione clinica mirata del carcinoma ovarico” promosso dalla Sichig ed ospitato nei giorni scorsi nell’auditorium dell’ospedale Sant’Anna. La Sichig è la Società Italiana di Chirurgia Ginecologica, il cui obiettivo è promuovere l’eccellenza nella chirurgia ginecologica attraverso l’acquisizione di conoscenze, il miglioramento delle competenze, il progresso della ricerca clinica e di base, e la diffusione di studi e ricerche. Presidente della società per il triennio 2019-2022 è il dottor Paolo Beretta, direttore della Uoc Ginecologia-Ostetricia di Asst Lariana all’ospedale Sant’Anna e responsabile scientifico del convegno.

“Il carcinoma ovarico, tumore raro ma altamente letale, è una patologia la cui gestione richiede competenze multidisciplinari elevate che coinvolgono, oltre al ginecologo, il radiologo, il medico nucleare, l'anatomo-patologo, il genetista e l'oncologo medico a volte affiancato anche dal radioterapista - spiega il dottor Beretta -  Dopo decenni di limitati progressi nella conoscenza di questa malattia abbiamo finalmente assistito, in questi ultimi anni, ad una vera e propria rivoluzione culturale”. “Il carcinoma ovarico - prosegue il primario - colpisce, in Italia, circa 5.200 donne all’anno ma nel mondo i decessi, correlati a questa neoplasia, sono circa 150mila all’anno. E’, quindi, un tumore piuttosto raro ma altamente letale con tassi di sopravvivenza del 40% a cinque anni ma che scendono a meno del 30% a distanza di dieci anni. Tra i tumori ginecologici, è sicuramente quello a prognosi peggiore. L’alta mortalità è dovuta a una diagnosi tardiva in quanto non esiste la possibilità di uno screening e i sintomi, spesso aspecifici, compaiono quando la malattia è già in stadio avanzato con diffusione extraovarica ed addominale. La sua gestione clinica richiede competenze specialistiche integrate di alto livello in quanto si tratta di un tumore biologicamente molto eterogeneo con suscettibilità differente alle varie terapie. Oggi, tra l’altro, non viene più considerato come un singolo tumore ma si identificano, al suo interno, almeno cinque varianti con caratteristiche cliniche, biologiche e di storia naturale, molto diverse fra loro legate ad aspetti genetico-molecolari peculiari”.

Il trattamento standard, cosiddetto di prima linea, ha come caposaldo la chirurgia, per lo più citoriduttiva, associata alla chemioterapia, a base di platino e taxolo, adiuvante (che segue la chirurgia) o neo-adiuvante (che precede la chirurgia). La completa citoriduzione, intesa come assenza di malattia residua visibile al termine dell’intervento chirurgico, è il fattore prognostico più importante. “Questo trattamento - osserva Beretta - consente una risposta positiva nel 75% dei casi ma, purtroppo, l’80% delle pazienti va incontro a una recidiva entro i primi due anni. La terapia chirurgica e medica hanno seguito l’evoluzione culturale legata alle nuove conoscenze biologiche della malattia. L’introduzione di farmaci anti-angiogenetici (Bevacizumab) e a bersaglio molecolare, come gli inibitori di Parp, ha radicalmente modificato la strategia terapeutica portando alla costruzione di nuovi algoritmi che ci possono aiutare nella scelta del miglior trattamento per la paziente più idonea. Questo processo rappresenta la vera personalizzazione della cura che ha la finalità di portare alla "cronicizzazione" della malattia migliorando la sopravvivenza in quanto le terapie di mantenimento/consolidamento possono ritardare o, addirittura, portare alla scomparsa della malattia. Questi approcci innovativi possono cambiare la storia naturale della malattia in quanto permettono di identificare la migliore terapia per la paziente più responsiva”.

L’unità di Ginecologia dell’ospedale Sant’Anna ha visto in questi ultimi anni un notevole incremento del numero di pazienti trattate per carcinoma dell'ovaio, superando i 30 casi/anno, indicatore specifico per definire un Centro come riferimento per la cura di questa grave malattia. “Questo risultato - conclude il primario - deriva da una stretta e proficua collaborazione multidisciplinare organizzata all'interno di un "Tumor Board" che, ogni settimana, si confronta per la gestione di queste sfortunate pazienti per le quali oggi si aprono prospettive più favorevoli”.